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Gli articoli
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Dal numero gennaio-febbraio 2010:
Focus: Una scuola, una società e una giovinezza impossibile
No alle archistar. Il manifesto contro le avanguardie
di Stefano Serafini
Fisico, matematico e urbanista di origini
greche, professore all’università del
Texas a San Antonio, Nikos Angelos Salìngaros
ci ha regalato nel volume No alle archistar
un’ampia e organica riflessione a più voci su
tematiche architettoniche. Le implicazioni del
suo pensiero travalicano però scopertamente
l’ambito disciplinare, e hanno una forte valenza
filosofica, culturale e sociale. La tesi principe
vuole che l’urbanistica e l’architettura oggi dominanti
siano il frutto velenoso di una visione
del mondo nichilista. Tale visione trionfa nelle
archistar – Tschumi, Johnson, Eisenman, Gehry,
Piano, Fuksas, Koolhaas, Liebeskind, Hadid…
– nomi-marchio di un sistema globale di affari
con copertura estetico-ideologica. Sono decenni
che le forme apparentemente innovative e
brillanti della loro perenne avanguardia,
danarosa e politicamente foraggiata, calano
come pezzi di tetrix sulle città dei cinque continenti.
Ma a parte gli osanna di un’elite mediatica
sofisticata e socialmente uniformata, la reazione
all’empireo del design, modernista,
postmodernista, decostruttivista, è di smarrimento,
sempre più spesso addirittura di rivolta.
(1)
Secondo Salingaros e i suoi prestigiosi co-autori
(tra questi citiamo il teorico del P2P Michel
Bauwens), l’architettura-mercato dalle forme
inumane e radical-chic è l’evoluzione finale, cioè
la riduzione a strumento del post-capitale, di
quelle visioni ideologiche ed elitarie che fin
dagli anni ’20 spezzarono una millenaria alleanza
del costruito con la natura. In pochi decenni
l’architettura di stampo occidentale, ormai
globale, eliminò il confronto con l’esigenza
di vita autentica e coi bisogni degli uomini,
fino a diventare mero luogo espressivo (in vendita)
dell’estro creativo dell’architetto usato dal
sistema. Se oggi le nostre città sono devastate
dal traffico, dall’inquinamento, dal brutto, persino
dall’assenza di quella funzionalità che all’inizio
venne evocata per giustificare tanti scempi
(Sullivan); se le città non soltanto non si integrano
all’ambiente naturale, ma scacciano ogni
richiamo alle sue forme, alle quali sostituiscono
presenze spaziali che fan sentire l’uomo un
numero insignificante e scollegato; se la medesima
architettura può essere con indifferenza
collocata a Dubai come a Milano; se dalla
città, infine, viene voglia di scappare, perché
trovarvi il proprio benessere e la propria emancipazione
è diventato impossibile, a meno di
non essere una macchina... Se accade tutto
questo, è tempo di accusare l’autoreferenzialità
di un clan intellettuale (e i politici che gli corrono
dietro): disdegnando l’individuo, celebrando
l’insensato e osannando la tecnologia, essa
sta concretizzando l’anti-utopia nello spazio.
Christopher Alexander afferma che è la visione
del mondo meccanicista e cartesiana ad aver
negato realtà alla bellezza, e dunque alla realizzazione
di un’architettura autentica. La modernità
va ripensata alla radice per riportare la
città dell’uomo fuori del circo infernale dello
spettacolare, definito da Debord come l’ultima
sintesi del capitalismo. Non si tratta di un’opinione
intellettuale, ma di un malessere che
sempre più Autori hanno il coraggio di denunciare.
Lo spazio umano è relazione, lo spazio
sommamente umano della città relazione politica.
La denuncia di Salingaros, amico e collaboratore
di Alexander, espone dunque la
velenosità di un sistema suicida, che sta uccidendo
la civiltà mentre finge di rappresentarne
il progresso. La diagnosi è persino clinica in
senso medico e psichiatrico, mostrando in che
modo l’architettura sadica (la definizione è di
Tschumi), dominatrice delle relazioni, danneggi
gli individui e i loro sistemi nervoso ed
immunitario.
L’alternativa è quella di un «arcaico futuro», o
meglio di un futuro possibile che abbiamo abbandonato
inforcando un sentiero infernale.
Fondato su una elementare attenzione all’ordine
biologico, fatto di buona matematica dello
spazio, ricerca sperimentale, buon senso pratico
e critico, è un metodo di progettazione rigoroso
e innovativo. Il suo scopo è realizzare edifici
e spazi non soltanto belli e funzionali, ma
“biofilici”, cioè capaci di comporre le relazioni,
di nutrire e agevolare la vita su tutti i livelli, anche
neurobiologici. Ciò che definiamo “brutto”,
denuncia l’Autore, affatica il sistema cognitivo
delle persone, ne sovraccarica i circuiti
sensoriali a vuoto, dissocia le persone dal proprio
ordine di natura e dagli altri uomini, le rende
più fragili e isolate, più controllabili e bisognose:
«Varie generazioni sono state costrette
ad andare contro le loro esigenze naturali e istintive
in un ambiente estraneo, dovendolo accettare
come “moderno” e “contemporaneo”… Il
risultato finale è una dissonanza cognitiva estesa,
che confonde gli istinti delle persone al
punto che diventano molto facili da manipolare.
»
Gli fa eco, nell’intervista contenuta nel volume,
l’architetto neo-tradizionale Léon Krier: «Il
modernismo funziona attraverso diverse forme
d’alienazione, riducendo l’autonomia personale,
e dunque la capacità di agire, lavorare e
pensare come individui indipendenti. È una forma
di lavaggio del cervello radicale da cui pochi
sono capaci di liberarsi. Milioni sono (stati)
vittime di questo fascino tirannico, però con ogni
nuova generazione, la natura sembra produrre
antidoti potenti contro le massicce aberrazioni
del passato; è questa la mia speranza.»
Le forme biofiliche obbediscono invece a una
geometria di sostegno allo spazio, rinforzano e
sviluppano l’ordine dal quale prendono corso
(sia esso spaziale, economico, comunitario,
sensoriale) e lo arricchiscono, con una ricaduta
di diversi effetti benefici nel contesto. Vengono
perciò avvertite dagli esseri umani come una
realtà che stimola piacere, sentimenti di maggior
consapevolezza, presenza, compiutezza,
oltre ad essere funzionali e belle. Design, architettura
e urbanistica debbono tornare a conformarsi
alle leggi sottese agli organismi biologici
e ai sistemi ecologici, come è avvenuto
per millenni fino a poche generazioni fa, e ancora
accade in certi ambienti informali nel terzo
mondo, la cui armonia vitale raramente è stata
raggiunta dall’edilizia contemporanea.
Salìngaros si batte per l’autenticità, un’architettura
aderente all’ordine di natura e all’antropologico,
ma in termini molto concreti e operativi.
L’ipocrita ricorso alla retorica positiva e
vitalistica fa infatti già parte dell’armamentario
propagandistico predisposto dalle PR del grande
affare internazionale delle commesse pubbliche
ed edilizie. La pubblicità non si perita di
appellarsi alla tradizione, alla creatività, alla
democrazia, all’ecologia e alla libertà per spacciare
l’esatto contrario di questi valori, ad es.
spacciando per “verdi” grattacieli energivori di
dimensioni babeliche. Ultimamente si è assistito
persino al penoso paradosso, da parte di
alcuni protagonisti dell’architettura patinata
come Liebeskind, Portoghesi e Gregotti, di una
mimesi delle stesse critiche che li hanno coinvolti.
(2) Per realizzare un progetto autentico e a
misura d’uomo bisogna invece rifuggire dalle
grandi scale, dismettere i panni dello specialista,
e per es. lavorare insieme al committente
sul luogo dove sorgerà l’edificio, ad applicare
l’istinto per decidere dove disporre una finestra,
o quali materiali utilizzare.
La proposta di Salingaros mette al centro
dell’euristica architettonica l’uomo e la situazione
concreti. Ciò contrasta l’idolatria
dell’oggettivismo, della tecnica e dell’universale
che caratterizzano la deformazione della nostra
civiltà; e da un punto di vista architettonico,
l’imperversare del vetro e dell’acciaio, i pannelli
preformati di liscio cemento che dominano
ovunque e in ogni contesto culturale e
paesaggistico. Progettare biofilia significa riacquistare
individualmente l’episteme scientifica,
estetica, prassica, umana, per poter scegliere
personalmente; è intraprendere un cammino
umile e responsabile, possibile a tutti, che non
si nasconde dietro l’autorità della conoscenza
astratta e del profitto.
Il metodo proposto permette di realizzare edifici
belli, funzionali, che agevolano la vita, connessi
all’uomo con i suoi bisogni e i suoi costumi.
Esso ha già dato l’avvio a un movimento
dal basso che ha coinvolto in tutto il mondo
architetti, committenti, piccole comunità. L’idea
di rifiutare la società dello spettacolo in favore
della vita ha coinvolto migliaia di persone, rendendo
assai difficile mistificarlo nell’ennesimo
prodotto commerciale. Se è vero, citando
Dostoevskij, che «la bellezza salverà il mondo
», c’é sinceramente da augurarsi che questa
mobilitazione cresca sempre più rapida,
come la dinamica di quelle belle onde che fanno
respirare l’Oceano.
(1) Cf. ad es.:
Alessandra Cristofani, «Rivolta contro
la chiesa-cubo di Fuksas»,
La Stampa, 12/05/2009, p. 20;
Anonimo, «L’Aquila: è già rivolta contro le archistar», Il Tempo, 14/05/2009, p. 2;
Stefano Serafini, «San Pietroburgo sceglie
Roma come modello», Il Secolo d’Italia, 17/11/
2009, p. 8.
Le archistar naturalmente non se ne
stanno con le mani in mano; evitando accuratamente
di rispondere ai lazzi e alle irritazioni
popolari («ignoranti»), da veri professionisti
della comunicazione selezionano giornali e retorica
“progressisti”, ad es. per accusare di
scarsa democraticità il principe Carlo, reo di
aver convinto la famiglia reale del Qatar a preferire
un edificio più classico, invece di un mostro
alla moda in acciaio e vetro, da realizzare a
Londra accanto al Royal Hospital di Chelsea
del celebre architetto seicentesco sir
Christopher Wren, cf. Enrico Franceschini, «La
rivolta degli archistar contro il principe Carlo»,
La Repubblica, 20/04/2009, p. 31.
(2) Così per Portoghesi «Gli architetti dello star
system, non guardano e non rispettano l’ambiente
», per Gregotti la vera architettura deve
tenere conto del contesto, mentre Liebeskind
nega addirittura di essere un archistar, e sostiene
che bellezza e funzionalità debbano camminare
insieme. House, Living & Business, nr.
1 (gennaio 2010 www.immobilia-re.eu)
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