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Gli articoli
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Dal numero gennaio-febbraio 2010:
Focus: Una scuola, una società e una giovinezza impossibile
La mia generazione non ha perso
di Fiorenza Licitra
Contrariamente a quanto cantava Gaber,
la mia generazione non ha perso e io
non faccio parte di una razza in estinzione,
purtroppo.
E come si potrebbe mai perdere una guerra
che non si combatte? Chi sarebbe poi il famigerato
nemico contro cui lottare, seppur ipoteticamente?
A differenza del grande jihâd degli
islamici, la guerra noi non la non tentiamo neanche
contro il nostro nemico più efferato, noi
stessi, figuriamoci dichiararla agli altri…siamo
o non siamo pacifisti?
La mia generazione detesta la globalizzazione,
ma abbraccia ciecamente i suoi disvalori negando
tutti i principi e i fondamenti di una società
civile, nemici giurati di quel vero Male assoluto
che è la globalizzazione; osteggia, infatti,
-senza la minima cognizione di causa- la religione,
l’identità, la famiglia, il pudore, l’onore,
la fede, il senso comunitario, la differenza.
La mia ridente generazione reclama lo Stato
laico in tutte le sue declinazioni -salvo due volte
a settimana quando c’è il corso intensivo di
Yoga- per ostacolare meglio l’imperante materialismo
capitalistico, non considerando poi che
la religione è rimasta l’unica, seppur scarna,
manifestazione di spiritualità.
La mia benemerita generazione non è italiana
nemmeno per sogno -a meno che non si vincano
i mondiali di calcio- perché ha un non so
che di razzistico sentirsi fieramente italiani (sul
fieramente se ne può ancora discutere, ma
sull’origine…mater semper certa est). Ammira
gli altri popoli, ma solo folkloristicamente, tanto
da volerli inglobare sotto il suo modello unico
-quello occidentale- e, trovando disdicevole
l’estensione della globalizzazione solo sul campo
economico e di mercato, invoca che l’attenzione
venga rivolga anche sul modus vivendi,
sulla lingua e su tutto il dominio della conoscenza,
gravi ostacoli alla tanto ambita uguaglianza
socio-culturale.
La mia lungimirante generazione ha in odio la
famiglia perché è da bigotti credere nella scelta
salda e idealistica di un uomo e una donna,
che un giorno oseranno mettere al mondo dei
figli e avranno pure l’arroganza di educare, di
insegnare e di lasciare loro un’eredità morale.
La mia giusta generazione, ignorando il sacrosanto
ordine cosmogonico dei ruoli, preferisce
le coppie miste, i tradimenti su tutti i fronti possibili,
i vecchi all’ospizio, i bambini cresciuti
dalle coppie omosessuali, l’individualismo del
single e il sesso liberale e liberalizzato come
una merce di scambio. E la globalizzazione si
gonfia d’orgoglio.
La mia scrupolosa generazione è piena di riguardi
per le galline e gli animali tutti, per i parcheggi
degli handicappati, i diritti degli omosessuali
e degli immigrati, ma non dimostra
grossi segni di scontento -forse per timidezzaquando
tantissimi italiani non arrivano a fine
mese, quando un padre di famiglia a sessant’anni
perde insieme al lavoro anche la casa
e quando non ci si può permettere un letto in
ospedale con le adeguate cure. Maledetta timidezza.
La mia attenta generazione detesta formalmente
l’America, ne emula sostanzialmente i comportamenti
imbecilli e segue fedelmente e con
un certo automatismo lo stile di vita, non solo
quello vestiario (non è così superficiale). Apprende
tutto ciò che c’è da sapere sul mondo
virtuale, accantona in via definitiva i libri, invidia
il loro quantistico senso di grandezza, fa del
divismo la nuova mitologia e si nutre di cibo in
scatola e di surgelati davanti alla televisione,
mentre segna diligentemente sull’agenda la
prossima manifestazione no-global.
La mia squisita generazione viaggia per il mondo
con la stessa facilità con cui una come me
gira l’angolo della strada; va in India un mesetto
o due per scoprire il Sé e, nel tempo libero, fa
tante fotografie a tutti quei bambini che non hanno
futuro, ma che sono così fotogenici e colorati!
Ogni volta che la mia candida generazione intraprende
un viaggio dall’altra parte dell’emisfero
sembra che abbia voltato solo l’angolo
perché la sua apertura mentale d’incanto si è
fatta fessura e, tornando all’ovile, nutre ancora
più astio per il suo vecchio Paese fragilmente
legato alle tradizioni.
La mia amabile generazione è sociale, ma non
socievole: sta meravigliosamente bene in mezzo
alle folle -tranne poi soffrire di crisi di panico
quando è sola con se stessa in una stanza-,
ma se si prova ad avvicinare uno di questi rivoluzionari
dell’ultima ora, la prima cosa che ti
colpisce, non solo metaforicamente, è la maleducazione;
gli spiriti più sensibili avvertiranno
anche un diffuso malessere dovuto a
quell’incolmabile distanza che scaturisce dalla
mancanza di un dialogo profondo e sincero,
proprio del confronto con l’Altro. Ma questo, si
sa, riesce meglio di fronte allo schermo di un
computer.
La mia fiera generazione s’indigna per la guerra
civile in Medio Oriente, per la fame nel mondo,
per gli zingari, i clandestini e pure per il
buco dell’ozono, ma se un amico gli chiede un
po’ di tempo per essere ascoltato, guai! Non
ha mai molto tempo, e sfido io, deve salvare il
mondo, mica bagattelle.
La mia mansueta generazione è decisamente
contraria all’intolleranza e chi, inavvertitamente,
non concorda con quello che è il loro credo
liberale deve essere pronto a subire gli insulti
e gli affronti personali, democraticamente s’intende.
La mia avvincente generazione sfila in piazza
contro tutte le mafie: celebra Borsellino, Impastato
e Falcone come eroi, osanna tuttavia i
pentiti –ha un fortissimo senso dell’onore- e si
droga da paura. Questo però è l’effetto
collaterale delle canne che accorcia la memoria
e fa dimenticare di come il monopolio della
droga sia detenuto in massima parte dalla
mafia stessa.
La buona notizia è che tutto ciò che la
globalizzazione cerca di realizzare, la mia precoce
generazione lo attua, la cattiva è che la
mia generazione è contro la globalizzazione.
La mia generazione mi fa salire le lacrime agli
occhi, ma non dal riso, non ho abbastanza senso
del comico, o del ridicolo, bensì per un senso
di vergogna che m’invade e che nutro per
lei; mi verrebbe da chiedere scusa, ma non so
a chi.
Rino Gaetano, altro uomo frainteso dai più, in
un suo pezzo scrive “Semmai qualcuno capirà,
sarà senz’altro un altro come me” e a un altro
come me non ci sarà bisogno di dir nulla, basterà
guardarsi negli occhi per capirsi, ma senza
webcam di mezzo
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