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Gli articoli
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Dal numero settembre-ottobre 2009:
Focus: L’enciclica “Caritas in veritate”: una analisi critica
L’enciclica “Caritas in veritate” e la questione ecologica
di Eduardo Zarelli
Caritas in veritate è la terza enciclica di
Benedetto XVI ed è un’enciclica sociale.
Essa si inserisce nella tradizione delle encicliche
sociali che, nella loro fase moderna, siamo
soliti far iniziare con la Rerum novarum di Leone
XIII ed arriva dopo diciotto anni dall’ultima enciclica
sociale, la Centesimus annus di Giovanni
Paolo II. È quindi un documento di grande rilevanza
che si confronta con uno scenario storico moderno
profondamente trasformato, che può forse
essere riassunto in alcune evidenze.
La cosiddetta morte delle ideologie
novecentesche ha visto – in realtà – affermarsi
l’ideologia unica della tecnoscienza
e del mercato. Negli ultimi decenni,
la capacità di intervento e manipolazione
del vivente tramite la tecnologia,
ha assunto una potenzialità senza
precedenti, che pone in discussione
l’essenza stessa dell’identità umana.
Se nel vecchio mondo dei blocchi politici
contrapposti la tecnica - nella presunzione
della sua neutralità - era
asservita all’ideologia politica ora tende
a emanciparsi da ogni ipoteca, nutrendo
questo suo arbitrio con la cultura del
relativismo nichilista.
Un secondo elemento distingue l’epoca
attuale: l’affermarsi della
globalizzazione. L’omogeneizzazione
economico-finaziaria sostenuta dalla
rete informatica e telematica mondiale
è un fenomeno che coinvolge trasversalmente
la società, le culture, l’economia,
l’ambiente che ne sono tutti radicalmente
influenzati. La coerenza stessa
delle relazioni internazionali è fortemente scossa:
tra vocazioni multilaterali e volontà di potenza
unilaterali si gioca il problema delle risorse
energetiche, nuove forme di colonialismo e di
sfruttamento in una logica geopolitica di pluralità
continentali o di affermazione unilaterale occidentale.
Un terzo elemento di mutamento riguarda le religioni.
Se la secolarizzazione e il disincanto paiono
sempre più protagonisti del sentire contemporaneo,
le religioni sono tornate alla ribalta politica
e sociale della scena pubblica mondiale. A questo
fenomeno contraddittorio si contrappone un
laicismo militante, sostanzialmente coincidente
con il riduzionismo scientifico, che tende ad
estromettere la religiosità dalla sfera pubblica.
L’aspetto – in questa sede – che ci interessa rilevare
dell’impegnativo testo ecumenico riguarda
l’ambiente. In tal senso questa enciclica costituisce certamente un passo avanti nel riconoscimento
dell’esistenza di una questione ecologica strettamente
connessa a una questione antropologica,
anche se permane non chiarito il rapporto di
dipendenza fra uomo e natura. Non a caso si evoca
il tema della sostenibilità ambientale criticando il
sistema economico, ma si cela l’incoerenza dello
sviluppo in sé – per definizione illimitato – rispetto
a risorse finite, che è il cardine dell’inadeguatezza
del modello liberal-capitalistico.
La chiesa cattolica deve recuperare un ritardo riguardo
all’approfondimento teologico in merito alla
concezione della biosfera e della collocazione in
essa dell’uomo; collocazione per esempio, chiara
ed inequivocabile nelle forme di religiosità
cosmoteandriche, così come nell’induismo, nel
buddhismo. In effetti, tra le righe scritte dal pontefice
resta irrisolta la questione se la natura è creata
per l’uomo o se l’uomo e la natura sono il frutto
di uno stesso disegno creativo a-temporale, non
collocabile storicamente e tuttora presente ed in
atto. Su questa via il rapporto tra cultura e natura
si proporrebbe in termini di sacralizzazione dell’esistente,
ponendo, di fatto, un proficuo dialogo
con posizioni filosofiche ed epistemologiche genericamente
identificabili nell’emanazionismo. Tutt’altra
questione è quella dell’energia, di cui si affronta
l’implicazione strutturale in un documento
che tratta in modo approfondito di economia, criticando
disuguaglianze e rapporti di forza inerenti
suscitati dalla competizione capitalistica. Chi oggi
usa petrolio, carbone, gas e uranio, ovviamente li
usa solo per sé negandone per sempre l’uso ad
altri uomini contemporanei ed alle generazioni future.
Usare energie rinnovabili, non le toglie all’utilizzo
di altri, né nel presente, né nel futuro. Questa
è l’unica strada per coniugare carità e verità,
privilegiando la centralità dell’uomo rispetto al profitto.
In questa enciclica, sebbene con la cautela che
caratterizza il pensiero e il linguaggio pastorale, è
contenuta una dura accusa ad una economia
senza regole morali, finalizzata solo al
profitto, che ha marginalizzato i diritti fondamentali
alla sicurezza, alla salute, al lavoro,
minando per tanti la possibilità di condurre
una vita dignitosa, che nella sobrietà risulti
immune dalla mercificazione e lo svilimento
consumistico. Di fronte ad una economia
scivolata nell’egoismo, nell’avidità, nella competizione
individualistica, l’auspicio per una
radicale riforma dei dettami economici in
chiave umanistica e solidaristica ci sembra
rilevante, pur mancando nel declinare forme
di partecipazione e cogestione quel
superamento comunitario, di fatto, della scissione
del mondo del lavoro causata dallo
stesso liberal-capitalismo. Così come una
critica all’utilitarismo dell’economicismo non
si può sottrarre dalle tesi della decrescita.
Quest’ultima è un’idea che si basa sulla constatazione
di fatto che lo sviluppo produttivo
non può essere eterno. Essa individua due
problematiche fondamentali: la prima riguarda
lo stato di salute del pianeta ed in particolare
il surriscaldamento dell’atmosfera,
con le annesse catastrofi naturali sempre più gravi
e frequenti. Il secondo grande problema è il progressivo
esaurimento delle materie prime presenti
sul nostro pianeta, soggetto all’intenso sfruttamento
di due secoli di industrializzazione, e, soprattutto,
della principale risorsa energetica disponibile,
il petrolio. Pertanto quello della decrescita è
un pensiero che si pone in termini critici di fronte
alla modernità ed al paradigma dello sviluppo ad
ogni costo, laddove spesso non se ne riconoscono
i limiti e le conseguenze altamente negative
che ne possono derivare. La decrescita non è comunque
da intendere come una regressione in
una edenica arcadia antistorica, priva di tecnica e
società. Serge Latouche, che ne è un teorizzatore
di riferimento, la presenta efficacemente quando
sostiene che si tratta di un problema di mentalità:
il suo fine è “decolonizzare l’immaginario occidentale”,
uscendo dal dogma ideologico dello sviluppo
illimitato.
Relativamente alle fonti energetiche, la Chiesa in
passato si era espressa favorevolmente sul nucleare.
In questo testo si mantiene una equivoca
reticenza, quando è la stessa non rinnovabilità che
rende impossibile la condivisione con le generazioni
future di una forma energetica. Il nucleare
provoca l’illimitatezza innaturale, subordina l’economia
al profitto e al rischio. Per una energia utilizzata
oggi lasciamo alle generazioni future
un´eredità avvelenata, di scorie da gestire per
decine di migliaia di anni, senza neanche sapere
indicare come conservarle; in questo non c’è proprio
nulla di etico, neanche in senso
antropocentrico, senza vederla in chiave esclusivamente
biocentrica.
Altro tema colpevolmente taciuto è quello
demografico. Questione ovviamente spinosa, su
cui gli elementi di principio possono creare distanze
significative con la sensibilità ecologista, ma
proprio per questo sarebbe importante riconoscere
l’esistenza del problema che va approfondito
da entrambe le parti. È ovvio che se si vuole mantenere
la vita sul nostro pianeta non si può prescindere
da una futura stabilizzazione
demografica, alla quale si deve tuttavia giungere
non come atto di razionalizzazione tecnocratica
ed egoismo, di negazione dell’accoglienza della
nuova vita che nasce, ma come atto di responsabilità
verso le generazioni future e tutte le creature
viventi che con noi condividono le risorse limitate
del nostro pianeta. Esiste sicuramente un
punto di equilibrio tra gli opposti integralismi che
vedono l’uomo padrone della Natura (su mandato
laico o divino che sia) oppure come un intruso nel
cosmo da sopprimere in nome di una misantropica
nevrosi apocalittica. Percorrere questa via
mediana significa trovare il giusto quadro di civiltà
che riconcili la cultura con la Natura. La modernità
ha “disincantato” il mondo, ha svuotato la natura
di tutto ciò che in precedenza le si attribuiva di
sacro. Di tale opera si rintraccia causa nella declinazione
dualistica del monoteismo, ma che si
è attualmente esplicata dalla svolta cartesiana e
della rivoluzione scientifica razionalista, che ha
trasformato il mondo in oggetto inerte alla mercé
della volontà di manipolazione umana. Tra il mondo-
oggetto e l’uomo-soggetto si è quindi venuto a
creare un drammatico dualismo che ha legittimato
tutte le forme di imposizione e dissipazione
dell’ambiente naturale. La visione lineare e
deterministica della storia umana si è sostituita
alla concezione ciclica degli Antichi, distruggendo
le culture tradizionali con il “progressismo”. Se
l’uomo tradizionale divorava il tempo con il rito,
lasciando inalterato lo spazio, l’uomo moderno
distrugge lo spazio, divorato dal divenire del tempo,
dalla frenesia del futuro. In questo senso, l’ecologia
appare incontestabilmente come la
riappropriazione di una sensibilità e una prospettiva
culturale diversa da quelle che hanno dominato
in questi ultimi secoli, con implicazioni al
contempo filosofiche e morali concernenti il
rapporto dell’uomo con la Natura: rapporto di
dominio o di co-appartenenza, di predazione
o di empatica connivenza.
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