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Gli articoli
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Dal numero settembre-ottobre 2009:
Focus: L’enciclica “Caritas in veritate”: una analisi critica
Crisi globale: il bluff della ripresa
di Luigi Tedeschi
A un anno di distanza dal fallimento della
Lehman Brothers, la ripresa sembra alle porte: l’informazione
mediatica diffonde infatti un ottimismo
che non riesce tuttavia a celare le ombre incombenti
sul prossimo futuro dell’economia mondiale.
Secondo l’opinione corrente, il peggio sembra ormai
passato ma la ripresa si prospetta lenta, difficile
e gravida di insidie per timori diffusi di nuove
speculative, prospettive di inflazione e disoccupazione
in aumento.
E’ FORSE CAMBIATO QUALCOSA?
In realtà la crisi dell’autunno 2008, col fallimento di
oltre 100 banche americane e il salvataggio e/o
nazionalizzazione di numerosi gruppi finanziari e
assicurativi in tutto l’Occidente, non sembra aver
prodotto nell’economia e nella politica dei paesi più
avanzati le necessarie riforme al fine di scongiurare
nuove crisi e salvaguardare la collettività dalle
manovre speculative della finanza globale. La
crisi non sembra aver generato mutamenti sostanziali
nel campo economico-finanziario. I segnali di
fuoriuscita dalla crisi sono dovuti principalmente
ai rialzi delle quotazioni di borsa, i cui indici sono
tornati ai livelli precedenti al settembre 2008. La
ripresa del comparto finanziario di borsa è diretta
conseguenza degli utili trimestrali registrati dagli
istituti finanziari, le cui quotazioni nel marzo 2009
avevano raggiunto il minimo storico. Tale apparente
risanamento delle finanze delle banche è comunque
dovuto ai piani di intervento degli stati, con
erogazioni massicce di liquidità, garanzie pubbliche
sulle transazioni, occultamento nei bilanci dei
titoli “tossici”. Gli utili delle banche derivano dunque
da investimenti effettuati con fondi acquisiti a
costo zero dalle banche centrali. Negli USA si è
registrato un aumento di liquidità circolante pari al
109%: il denaro fresco è stato investito in oro, titoli
di Stato (a rendimento netto zero), azioni, obbligazioni,
determinando quindi evidenti rialzi nei mercati
finanziari. Stato e banche si trovano oggi in un
rapporto di interconnessione reciproca inscindibile:
lo stato ha bisogno delle banche quali intermediari
nel collocamento dei titoli pubblici e le banche necessitano
delle sovvenzioni che scongiurino il fallimento
in tempi di crisi. L’implosione dei mercati
del 2008 non ha comunque mutato, nei principi e
nella prassi l’attività dei banchieri, anzi ne ha accresciuto
l’arroganza e il potere di ricatto nei confronti
dello stato: il sostegno pubblico è divenuto
per essi, nei fatti, un diritto consolidato, dato che,
in caso di assenza di aiuti finanziari, si verificherebbe
il collasso dell’intero sistema. Il crollo dell’economia
reale ha paradossalmente consolidato
i privilegi della casta finanziaria nei confronti degli
stati, che, solo nell’area euro, hanno erogato sussidi
alle banche per importi pari al 31% del Pil. Le
banche, invece, hanno continuato ad elargire
“bonus” milionari ai loro managers, a fronte del
malcontento dei popoli, che oltre a subire le conseguenze
della crisi in termini di disoccupazione
e di prelievo fiscale, hanno contribuito a rafforzare
i privilegi della casta finanziaria. Una evidente
manifestazione della accresciuta arroganza delle
banche è dimostrata dal loro scarso interesse al
collocamento nei mercati dei bond europei, nonostante
le ripetute rimostranze di Tremonti. Le banche
disattendono le direttive dei governi al fine di
collocare i propri prodotti. L’unica regola universalmente
accettata dalle banche è sempre la stessa:
socializzare le perdite e privatizzare i profitti.
NUOVE REGOLE: QUALI E QUANDO?
All’indomani della crisi del 2008 si è avvertita da
tutti l’esigenza di nuove regole che limitassero le
speculazioni della finanza virtuale a danno del risparmio
e della produzione. Si è preso atto di una
crisi non congiunturale ma sistemica e quindi si è
manifestata l’esigenza, non solo di regole che
scongiurassero gli eccessi della finanza, ma che
determinassero la nascita di un nuovo ordine economico
che comportasse una profonda revisione
dei rapporti tra gli stati e i mercati. Ma già le
normative in vigore a livello internazionale si sono
rivelate impotenti a disciplinare le dinamiche del
mercato globale. Un valido esempio di tale stato
di fatto è stato offerto dagli accordi internazionali
di Basilea 2 per quanto concerne i requisiti
patrimoniali delle banche nella erogazione dei prestiti:
tali regole hanno condotto restrizioni generalizzate
del credito nei confronti delle imprese (che
ne stanno scontando i danni più rilevanti nella
odierna crisi), ma non hanno impedito alle banche
di innescare spirali speculative che hanno determinato
l’attuale crisi finanziaria. Sembra allora
impossibile imporre nuove regole, data l’impotenza
delle istituzioni politiche dell’Occidente, dinanzi
ad una finanza globale che è sempre pronta ad
emanare diktat e veti nei confronti delle istituzioni
politiche, magari camuffandoli da dogmi ideologici
liberisti, per avere mano libera nelle proprie strategie
speculative: produce, come sempre, economia
virtuale e non certo sviluppo. L’unica misura
adottata in occidente è il divieto, anche se non
generalizzato, delle vendite allo scoperto, di quelle
transazioni cioè che permettono all’investitore
di lucrare sul ribasso dei titoli. Ma tale misura è
una forma di autotutela dei grandi investitori, atta
a salvaguardarli dagli effetti perniciosi della speculazione
al ribasso.
L’AVVENIRE OSCURO
DELL’ECONOMIA REALE
Le prospettive dell’economia reale restano tuttora
oscure: l’ottimismo diffuso deriva dalla conclamata
fine della recessione, nelle previsioni di crescita,
seppur limitata nel corso del 2010, e dalla frenata
dell’inflazione. Nella produzione si accentua però
il malessere causato dalle restrizioni del credito.
Queste ultime sono dettate dalle esigenze di
risanamento del sistema bancario. Ma tale politica
creditizia non può non generare che danni nei
confronti della produzione e dell’occupazione.
Questi sintomi di ripresa di crescita produttiva e
dei consumi potrebbero tuttavia rivelarsi illusori. Il
calo dei consumi registratosi dall’inizio del 2009
ha comportato recessione e incrementi delle scorte
di prodotti invenduti. Oggi, esauritesi le scorte,
sono ripartiti gli ordini nell’industria e quindi, si è
verificata una limitata ripresa. Essa potrebbe però
essere più apparente che reale, poiché, una volta
esauritesi di nuovo le scorte, nei primi mesi del
2010 potrebbe aver luogo una nuova stagnazione
produttiva, con decremento del potere d’acquisto
e dei consumi della collettività. Una analoga analisi
può essere svolta riguardo alla lievitazione dei
valori di borsa. Il buon andamento della borsa indurrà
la BCE ad alzare i tassi (misura peraltro già
annunciata), la Fed ridurrà gli aiuti finanziari in termini
di garanzia, interventi e sussidi a Wall Street
e pertanto, si genereranno nuovi equilibri nel mercato
che potrebbero condurre a nuove recessioni
ed implosioni di nuove bolle speculative.
E’ stata inoltre rilevata da economisti di grande
prestigio, quali Joseph Stiglitz, la scarsa credibilità
di indicatori economici, già considerati assoluti
ed inviolabili, quali il Pil, la cui affidabilità si dimostra
inadeguata nelle analisi della crisi presente e
nelle conseguenti strategie di risanamento economico.
Il Pil misura il valore della produttività di
beni e servizi e la sua crescita viene spesso
enfatizzata dai governi, senza che a tali
incrementi faccia riscontro una adeguata
percezione di miglioramento da parte dei
cittadini, le cui esigenze sono rivolte spesso
non tanto agli incrementi dei consumi,
quanto a migliori condizioni di protezione
sociale in tema di assistenza, sicurezza,
previdenza. Negli anni precedenti, poiché
si registrava una crescita economica in
termini di Pil negli USA assai più marcata
che in Europa, il Gotha degli economisti
europei invocava l’avvento anche in Europa
del capitalismo senza regole americano.
Ma tale crescita si fondava su consumi
drogati dall’indebitamento generalizzato
della popolazione, fattore che ha condotto
al collasso dell’economia statunitense,
senza che i “vati” dell’economia europea
recitassero alcun mea culpa. La realtà
della crisi imporrebbe quindi una drastica
archiviazione di indici inaffidabili nell’attuale
contesto economico mondiale. Sarebbe
questo uno dei primi passi da compiere,
se veramente si vogliono emanare nuove regole
per l’economia globalizzata.
IL BUCO NERO DELL’OCCUPAZIONE
Assai pessimistiche sono invece le previsioni in
materia di occupazione. La prevista ripresa non
produrrà occupazione, data la restrizione del credito,
il calo degli investimenti e il diminuito potere
d’acquisto dei consumatori. Secondo le stime
OCSE, in Europa sono a rischio 25 milioni di posti
di lavoro, il tasso medio di disoccupazione potrebbe
salire al 10,2%. Nei paesi sviluppati dell’Occidente,
i disoccupati nel 2010 potrebbero
essere 57 milioni. Solo l’Italia potrebbe registrare
nel 2010 circa un milione di disoccupati in più. La
ripresa è dunque lunga e piena di insidie. Le cause
di tale stato di cose sono facilmente
diagnosticabili. Gli stati dell’Occidente, per scongiurare
il collasso del sistema finanziario hanno
vorticosamente aumentato il debito pubblico e
pertanto, la ripresa produttiva verrà in larga parte
assorbita dalla alta pressione fiscale e da possibili
ondate inflattive. L’inflazione, peraltro, potrebbe
rappresentare un rimedio perverso, che permetterebbe
agli stati di annullare larga parte del
buco nero finanziario creato da un debito pubblico
insostenibile.
Ma soprattutto, l’economia sconta le distorsioni
provocate dalla delocalizzazione industriale selvaggia
verificatasi nell’ultimo decennio, che ha
sottratto ai paesi sviluppati fondamentali risorse
produttive e, nell’area UE, gli effetti devastanti della
politica monetarista di bilancio portata avanti dalla
BCE, con ingenti tagli alla spesa pubblica e restrizioni
del credito. L’economia non può dunque
crescere, qualora non vengano mutate le
impostazioni sistemiche ispirate alla
globalizzazione dei mercati degli ultimi decenni.
Soprattutto è sotto accusa l’economia del debito,
quella cultura d’impresa e del consumo cioè, perseguita
dagli anni ’80 in poi, in cui gli investimenti
delle imprese non vengono effettuati con capitale
proprio ma con l’eccessivo ricorso al credito, cui
fanno riscontro abnormi livelli di consumo, resi
possibili dall’erogazione indiscriminata del credito
al consumo. Questo capitalismo del debito,
determinando l’implosione del debito e delle bolle
speculative dell’autunno 2008, è giunto al capolinea.
In realtà, la crescita artificiosa degli ultimi
anni, frutto di una economia drogata dal debito, si
è rivelata un espediente virtuale di sopravvivenza,
che ha avuto la funzione solo di tenere in vita
un sistema capitalista già in crisi negli anni ’70
per sua incapacità di produrre sviluppo.
LA SCOMPARSA DELLA POLITICA
La grande assente in questo scenario di crisi è la
politica. Il malcontento dei popoli è dovuto ad un
preciso atto d’accusa nei confronti delle classi
dirigenti. All’indomani della crisi, le classi
dirigenti hanno solo confermato il loro atto di
fede nel liberismo e nell’economia
globalizzata, nel loro deciso no ad ogni misura
protezionistica. Nuove regole invocate
da tutti per una nuova normativa sulla finanza
internazionale non sono state emanate. I
popoli intanto, ne stanno scontando però le
conseguenze, in termini di pressione fiscale
e disoccupazione. La sovranità dimezzata
degli stati è dunque evidente. Le classi dirigenti
politiche hanno dovuto sostenere il sistema
finanziario già responsabile della crisi
ma, pur avendo evitato la catastrofe, negli
USA Obama non è finora riuscito ad imporre
nuove regole a causa delle pressioni delle
lobbies finanziarie e delle resistenze del Parlamento.
L’impotenza della politica è evidente:
basti pensare che Obama non è riuscito
a varare la riforma della sanità pubblica grazie
alle resistenze delle lobbies assicurative.
Eppure egli ha impedito il crack del più
grande gruppo assicurativo americano, l’Aig,
con la sua nazionalizzazione.
VERSO NUOVE PROSPETTIVE?
Il calo della produzione e dei consumi, già
ipertroficamente gonfiati dalla economia del debito,
dovrebbe invece suggerire, dinanzi ad un capitalismo
in declino perché non più in grado di
generare sviluppo, soluzioni sistemiche ispirate
alla decrescita. Ma tali soluzioni presuppongono
il ripristino della sovranità degli stati e il conseguente
primato della politica sull’economia. Circa
le prospettive future della crisi e della ripresa ci
sembra a tal proposito illuminante l’opinione di Ralf
Dahrendorf espressa nella sua ultima intervista:
“Alla fine tutti avremo ridotto gli standard di vita
almeno il 20%. Torneremo circa ai livelli precedenti
a quelli di Ronald Regan e Margaret
Thatcher. Per alcuni aspetti, a un modo di vivere
che somiglierà un po’ agli anni Cinquanta e Sessanta,
con molta più tecnologia ma senza l’ottimismo
di quei decenni”.
Le soluzioni della politica, oggi assente e/o compromessa
con le lobbies finanziarie della Global
Class, sono comunque evidenti, in quanto emergenti
dall’analisi delle realtà sociali del nostro tempo.
Gli stati, in quanto organi istituzionali sovrani,
dovrebbero almeno controllare, se non devolvere
a se stessi i sistema finanziario e i settori strategici
dell’economia, disciplinare gli scambi in un
contesto normativo di rapporti internazionali, adottare
un sistema di cambi valutari concordato, togliendo
al dollaro la prerogativa di valuta di riserva
e soprattutto emettere direttamente la propria
moneta, sottraendo alle banche centrali il potere
di emissione e di controllo del credito.
In questi ultimi anni si sta delineando una trasformazione
sociologica di carattere epocale: nel
prossimo futuro non saranno più i livelli di crescita
e di consumo i parametri su cui potrà essere
valutato il benessere dei popoli, ma le prestazioni
dei servizi dello stato sociale, la sicurezza dell’occupazione,
la tutela dell’ambiente, una più elevata
qualità della vita, con maggiore partecipazione
dei cittadini alle scelte politiche. La fuoriuscita
da un sistema capitalista incapace di superare le
crisi da esso stesso generate, sarà lunga e sofferta.
Ma le crisi, pur nella gravità delle loro conseguenze,
dischiudono storicamente sempre nuovi
orizzonti. Occorre però far presto, perché i danni
prodotti da un sistema capitalista in progressiva
decadenza, potrebbero anche essere non più reversibili.
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