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Gli articoli
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Dal numero settembre-ottobre 2009:
Focus: L’enciclica “Caritas in veritate”: una analisi critica
Comunità e Comunitarismo
di Luca Lionello Rimbotti
La lotta che l’individualismo liberaldemocratico
ha ingaggiato per demolire ogni realtà e rappresentazione
comunitaria ha il significato di un
finale regolamento di conti tra l’umano e il disumano.
Al fondo, si apre una divaricazione tra visioni
del mondo che è oltre la sociologia, oltre la
storia, investendo l’antropologia e la vita di base
di ognuno. Chi cura l’appartenere e percepisce il
legame, avverte la precisa sensazione, e la avverte
come verità di evidenze, che l’individuo è
preceduto da qualcosa che lo connota e lo distingue,
cioè la comunità che gli dona individuazione
anche come singolo soggetto, e senza la quale
l’essere non è appunto individuabile, non è
descrivibile, non rivela nulla di sé, se non la solitudine
astratta e il nonsenso concreto. Chi giudica
che la società venga prima dell’individuo
pensa socialmente, pensa
comunitariamente, pensa plurale. Chi invece
giudica che sia l’individuo a venire
prima della società ragiona in termini di
monade semplice e ottusa: l’essere umano
assembrato casualmente, riunito in folla
per necessità e bisogno. I
“contrattualisti”, quei liberali che pensano
la società come nata dall’incontro dei meri
bisogni, costituiscono i grandi demolitori
moderni dell’idea comunitaria. Coloro che
da secoli tendono l’insidia ad ogni costituirsi
di tessuti relazionali e di legami politici
e metapolitici. Essi pensano unicamente
entro categorie individuali: l’interesse, la
sicurezza, il profitto.
Costoro sono ancora tra di noi a recare
danno. Con le iniezioni di emigranti ad alto
dosaggio il pensiero unico è vicino alla meta
di creare un mondo di disgregazione, in cui
abbia rilievo sociale unicamente l’individuo
e invece alle comunità – storiche, geografiche,
etniche – venga costantemente innalzata la
forca, come a isole di conservatorismo, di oscurantismo,
di razzismo da demonizzare e perseguitare.
Dopotutto, ancora oggi è in pieno svolgimento
la lotta ottocentesca tra la comunità e la
società. E, come un paio di secoli fa, abbiamo i
poteri centrali assolutisti che minano le realtà locali,
le svellono e le annichiliscono a suon di immigrazione
e di propaganda “multietnica”: il che
vuol dire “anti-etnica”. La società è quel luogo in
cui tutte le identità vengono negate e in cui la Modernità
compie il suo prodigio cosmopolita. La comunità
è al contrario quel luogo in cui l’identità viene
protetta con le unghie e coi denti, in cui i patrimoni
biostorici vengono rivendicati, le appartenenze
si armano a difesa e si rinsaldano. Il dominio
assoluto del pensiero neo-illuminista prevede la
disintegrazione della realtà di popolo, alla quale si
sostituisce quella di popolazione, la massa priva
di volto e di carattere. «Storicamente, la filosofia
illuminista – ha scritto recentemente de Benoist –
se l’è presa prima di tutto con le comunità organiche,
delle quali attaccava il modo di vita considerandolo
impregnato di “superstizioni” irrazionali e
di “pregiudizi”, proponendosi di sostituirle con una
società di individui».
Questo lavoro secolare è prossimo alla realizzazione
finale. Anche se, nel frattempo, qua e là per
l’Europa si colgono sintomi di risveglio della “provincia”
profonda, partiti “contadini” che nascono,
movimenti di difesa etnica che sembrano muovere
i primi passi, magari ottenendo anche buoni risultati
elettorali a scorno dell’europeismo bancario
e mondialista.
Il comunitarismo organico ha poco a che vedere
con la linea di pensiero di eguale nome che ad
esempio in America raccoglie qualche avversario
del liberismo. Laggiù, si tratta ancora e di nuovo
di un equivoco: far passare per anti-liberale ciò
che è di fatto libertario e “democratico” nel senso
deteriore, depotenziato, del termine. Il
“comunitarismo” made in Usa è un balocco intellettuale
nato in qualche campus, è il vezzo di qualche
professor e l’esca di qualche outsider, non
ha la sostanza di un retaggio concreto e non è
per nulla radicato a realtà etniche e storiche connotate.
Per comunitarismo, qui da noi in Europa,
si intende da sempre un’altra cosa. L’appartenenza
a una bio-storia con tanto di geografia, di lingua,
di paesaggio e di tradizione. Non un metodo
“democratico”, ma un fatto antropologico. In Europa,
il comunitarismo non è un’opzione nata in
aule universitarie di alternativa borghese, ma una
realtà sgorgata dalla terra e dalla storia, un accumulo
secolare che alla fine ha dato una somma
totale: l’identità. In Europa la “regione” è un fatto.
E l’autogoverno microcomunitario è storia. Gli
assolutismi illuministi vecchi e nuovi negano questo
fatto e questa storia, ma essi esistono ugualmente
e vivono, più o meno sottotraccia. Gli imperi
erano sistemi di “regioni”, di regionalismi comunitari,
di città libere, di comunità di villaggio, di
assemblee locali, di autogestione delle economie,
di cooperazione sociale, di suddivisione del lavoro,
di corporazoni di mestiere, di statuti autonomi,
di competenze ereditate. L’Europa delle nazioni,
nata dal feudalesimo comunitario, è il frutto della
solidificazione politica delle diverse comunità viventi.
I centralismi giacobini, adusi alla violenta
negazione della “periferia”, oggi ripetono la loro
aggressiva politica di spoliazione identitaria attraverso
strumenti artificiali, semi-massonici, del tipo
del baraccone mondialista di Bruxelles, epicentro
della voluta dis-integrazione.
In Europa, persino le dittature totalitarie sono state
fortemente comunitariste – in senso non solo
nazionale, ma di territorialità locale. Ad onta di un
potere centrale forte (ma che certi storici hanno
invece definito “debole”), esse dettero fiato politico
alla comunità di zona, alla regione, fino alla
vallata o al territorio storico, al Gau, al Kreis, alla
circoscrizione, al distretto. Per dire, persino il fascismo
“centralista” e autoritario riconosceva le
“piccole patrie”, incoraggiava il tradizionalismo
locale, l’identificazione territoriale, addirittura i dialetti,
i folcklori, gli immaginari contadini legati alla
zolla, e al suo interno poterono avere il loro ruolo
riconosciuto proto-leghismi ben strutturati, del tipo
di “Strapaese”. Si santificavano i luoghi dell’identità,
da Fiume alla Dalmazia, e si sacralizzavano i
diversi ceppi etnici: le “forti genti del Cadore”, i
“fanti della Peloritana”...E persino il Terzo Reich,
anzi, proprio il Terzo Reich, con un
imprinting di tipo propriamente neoimperiale,
fece una politica di disgregazione
dello Stato nazionale
liberalmassonico e di riscoperta delle
aggregazioni etniche: la
Slovacchia, la Vallonia, le Fiandre,
l’Austria tornata “marca orientale”
come nel Medioevo, il Voralpenland
– che, alla maniera di un Gianfranco
Miglio quarant’anni dopo, concepiva
solidarismi transnazionali,
macroregionali, di aree geografiche
omogenee – e si pensava niente di
meno che a riesumare qualcosa
come la Borgogna, l’Alvernia, il
Gotenland, etc. Per dire, ai congressi
del partito, si recitava una preghiera
patriottica – lo Spatengruss – in cui
ogni comunità di schiatta proclamava
la sua provenienza (Pomerania,
Slesia, Renania...) e recava una manciata
della sua terra, da fondere simbolicamente
a tutte le altre...e questo
molto prima che Bossi raccogliesse nell’ampolla
l’acqua del Po alle feste popolari della Lega Nord....
L’Europa nata dal crollo sovietico è andata spontaneamente
in questa direzione, senza stare a
sentire i diktat globalisti: gli Stati artificiali nati dai
trattati di pace – come la Cecoslovacchia o la
Jugoslavia – si sono disintegrati automaticamente
e hanno dato vita a quello che già esisteva nel
1941: la Croazia, la Slovacchia, la Boemia-
Cechia, la Serbia...persino l’Ucraina indipendente,
quale l’aveva concepita lo Stato Maggiore
guglielmino nel 1918, è risorta tale e quale. I
nazionalismi oggi rilanciati, i regionalismi recentemente
rianimati, dalla Corsica alle Fiandre, dalla
Catalogna alla Padania alla Bretagna, sono il
segnale di un comunitarismo di nuovo vivace e
concreto, l’unico vero, l’unico storicamente
rilevabile. Che bene o male è popolo, suolo comune
e storia condivisa.
Tutto questo ci parla di due volontà, due direttrici
in opposizione tra loro. Da un lato il termitaio di
Cosmopoli, dall’altro la comunità. Dalla più grande,
lo Stato nazionale o possibilmente un domani
la federazione tra Stati polarizzati da un forte centro
politico-simbolico, fino alla più piccola, la famiglia,
il nucleo parentale, il ceppo ereditario.
Cosa del tutto naturale è che i cosmopoliti abbiano
in odio questo comunitarismo territoriale, che
lo infamino quale rifugio di ogni male: gretto conservatorismo,
causa di “frammentazione sociale”,
di chiusura autistica al mondo...mentre la verità
è all’opposto. Soltanto una matura consapevolezza
identitaria, fortemente difesa e rinsaldata
di fronte agli assalti della Modernità, è in grado di
garantire continuità alle differenze. Dove regna l’indistinto,
lì si ha davvero non il “multiculturalismo”,
ma la soppressione di ogni cultura.
Contrariamente a quanto pensa de Benoist, non
ritengo che l’ascesa recente delle comunità sia
«concomitante all’esaurimento dello Stato nazionale
». Lo Stato nazionale, anche quello scompaginato
dei nostri giorni, è tutt’altro che alla fine del
suo ruolo storico. E i nuovi comunitarismi che
sorgono al suo interno ne testimoniano, a mio
parere, anziché il declino, il rafforzamento e
l’immutato significato di essenziale contenitore.
Come di cosa viva, che non sta in piedi per apparato
burocratico, ma per convivenza conciliatrice
tra realtà omogenee ma differenziate, simili ma
non necessariamente uguali, che tendono all’affermazione,
alla visibilità, al riconoscimento. Il
regionalismo non nega, ma presuppone lo Stato
nazionale. In assenza di qualche forma imperiale
di Europa, o di un unico potere che gestisca l’autorità
di tutto il continente – poiché l’autorità sovrana
può essere solo una e indivisa - lo Stato
nazionale è il perfetto veicolo delle differenziazioni
comunitarie. In questo contesto, gli imbrogli
lessicali, che tendono a separare concettualmente
la comunità organica tradizionale da un supposto
“comunitarismo” progressista, non fanno parte
della scena storica, ma di quella di una tarda ideologia
post-marxista, alla ricerca disperata di un
rilancio qualsiasi. Sono asserzioni fuori contesto,
che saltano a pie’ pari e per pregiudizio egualitarista
ogni tratto qualificante, ogni centro di
individuazione, in primis il dato etnico-biologico che
dà forma fisica al contenuto culturale.
Il “comunitarismo” che oggi ha qualche voce in
capitolo negli Stati Uniti, è chiaramente un altro
mondo, che nulla ha a che fare con il fenomeno
europeo di cui ha usurpato il nome. Di là dall’Atlantico,
chiunque può dirsi “comunitarista” a poco
prezzo. Anche tra i più tenaci globalizzatori si può
sempre trovare qualcuno che dica di avere una
sfumatura un po’ diversa...come dire, meno appiattita
sul liberismo, più “di base”, ma pur sempre
alla maniera americana: “comunitaristi”, a quei
livelli, si può essere senza alcun impegno, dai
Clinton a certi confessionalismi bacchettoni, fino
ai famosi neoconservatives...notoriamente portatori
di un “comunitarismo” morale, chiesastico,
alla quacchera, che nulla accomuna al senso della
vera comunità solidale totale: questa prevede una
stirpe ben connotata, un territorio, una tradizione,
una Kultur. Il falso “comunitarismo” all’americana
è un codice razionale, è la riproposta del vecchio
“patto sociale” di sicurezza tra individui e gruppi,
di matrice illuminista, è insomma la solita minestra
sui “diritti”, è un tragico universalismo e non
un sano e realistico relativismo. Riecheggia in
queste formule il prepotere repubblicano dei
giacobini e il patriottismo debole dei
costituzionalisti puritani. Lo stesso MacIntyre, il
campione di questa versione contraffatta di
“comunitarismo”, che pure seziona l’universalismo
liberale nelle tradizioni particolari e che parla di
ritorno ad Aristotele, in fondo non fa che
ripresentare la nostalgia americana – un po’ reazionaria
e molto bigotta – per tutte quelle belle civic
virtues celebrate dal Tocqueville...Aristotele, in
tutto questo, davvero non c’entra. Lui aveva in
mente un’altra cosa, la sua – se vogliamo dirla
tutta - era la filosofia politica della comunità gerarchica
e guerriera che non si vergogna di parlare
chiaro, fino al punto di limitare il privilegio dell’appartenenza
ai soli eredi di un retaggio antropologico
preciso.
Poiché, tradizionalmente, per l’appunto, l’appartenenza
alla comunità è un privilegio, e per nulla
un diritto. Ciò che, in Europa, si è da qualche secolo
incaricato di dare forma politica a questo privilegio
è lo Stato nazionale. Può non piacere, ma
è così. Qui il federalismo è altra cosa da quello
americano. Il federalismo europeo è
concettualmente e storicamente più un impero
che una confederazione...lo stesso suono delle
parole indica l’opposizione dei significati: da una
parte, sacrale comunità giurata di eredi; dall’altra,
profana aggregazione di individui per interesse,
sulla base del contratto costituzionale. Due universi
incomunicanti.
È chiaro che lo Stato nazionale a cui facciamo
riferimento, come al migliore contenitore delle differenze
di sotto-aggregazione regionalistica, non
è quello liberaldemocratico. Questo si nega votandosi
all’autodistruzione multietnica. Lo Stato
nazionale, al contrario, se è “nazionale” di fatto e
non di nome, non può non essere innestato sull’omogeneità
di base delle sue componenti. Si ha
in vista cioè una differenziazione tra simili, non
una convivenza coatta tra dissimili.
Oggi occorre diffidare di certi sposalizi
morganatici tra post-marxisti e neo-liberali. Sono
nozze d’interesse che producono una figliolanza
ibrida e di sesso incerto: l’ideologia “comunitarista”
così concepita rappresenta un ulteriore stadio di
sfaldamento dei significati. La comunità vera e
reale, e non quella disegnata sulle cattedre, vive
nel segno di poche, ma certissime cose. Significa
comunanza di nascita, di terra su cui si vive, di
progetti e di destini condivisi, di lavoro inteso a
tutti i livelli: dalla produzione materiale alla solidarietà
sociale, dal volontariato reciproco alla protezione
e alla sicurezza. E fino alla sovranità popolare
vera, all’autogestione degli spazi, dei sistemi
e dei programmi di vita. Il luogo è il recinto del
legame. Un limes lo circonda, lo individua, lo rende
percepibile. Questo luogo è lo spazio comunitario
in cui un popolo vive e vuole vivere, creando
la sua ineguagliabile, irripetibile identità.
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