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maggio-giugno 2005: Focus: Che fare ?
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ITALICUM Dal numero maggio-giugno 2005:

Eurasia: strategie di potenza

Mario Porrini

"Chi governa l'Europa Orientale comanda la zona centrale; chi governa la zona centrale comanda la massa eurasiatica, chi governa la massa eurasiatica comanda il mondo". Così scriveva Harold Mackinder, uno dei fondatori della moderna geopolitica. La Heartland - il Cuore della Terra - ha, da sempre, rivestito un'importanza enorme per le grandi potenze e già nell'Ottocento russi e britannici si contesero, per quasi due secoli, le vie di comunicazione per il Medio-Oriente e per l'Asia Centrale - la cosiddetta Via della Seta - ed il controllo dell'accesso ai mari caldi e quindi delle rotte commerciali, terrestri e marine. Oggi quest'area riveste un'importanza, se possibile, ancora maggiore grazie ai ricchissimi giacimenti di gas e petrolio, in gran parte inesplorati. Il controllo sia delle aree di produzione delle fonti energetiche sia di quelle attraverso le quali passano o dovrebbero passare oleodotti e gasdotti diviene fondamentale. Chi detiene il controllo della produzione e delle vie di approvvigionamento possiede uno strumento con il quale tenere in proprio potere amici, nemici, concorrenti. Si conquista in pratica la supremazia mondiale. Gli analisti ritengono che per i prossimi cinquant'anni petrolio e gas naturale continueranno a rappresentare le principali fonti energetiche e che nei prossimi decenni gli scenari di crisi continueranno a coincidere con le aree da cui si estraggono o vengono trasportati.
Il decennio appena trascorso ci ha dimostrato che i giganti economici disarmati hanno vita breve: la Germania, il Giappone, la Corea del Sud, dopo periodi più o meno lunghi di grande crescita e di espansione sui mercati internazionali si sono miseramente afflosciati. Solo una grande potenza può garantire i propri interessi economici facendo pressioni o intervenendo, anche con la forza, quando questi vengono anche lontanamente minacciati e per una grande potenza il controllo del petrolio rappresenta, senza ombra di dubbio, un interesse primario da tutelare.
L'area delle vaste steppe del Kazakistan e delle repubbliche limitrofe e la regione del Mar Caspio si stanno rivelando zone di vitale importanza per le nazioni maggiormente industrializzate e per quelle che lo saranno tra breve. L'India per il momento sta crescendo moltissimo dal punto di vista economico ma gli analisti americani prevedono che nei prossimi anni potrà assumere un crescente ruolo politico in Oriente. Il Brasile ambisce ad una funzione guida in Sud America e tende a diventare un potenziale competitore degli Stati Uniti per il controllo e lo sfruttamento delle fonti energetiche del continente latino-americano. Il Giappone, dopo aver analizzato e fatto tesoro delle cause che hanno portato alla lunga crisi economica, si é rimesso in moto nella complessa partita del petrolio. Recentemente ha stipulato una serie di accordi con la Russia per la fornitura di greggio e gas naturale sono stati fortemente voluti da Putin in funzione di un contenimento delle ambizioni cinesi. E si sussurra addirittura che lo stesso presidente russo abbia dimostrato disponibilità ad aiutare Tokyo nel dotarsi di un armamento nucleare. La vera partita nella zona la stanno giocando Stati Uniti, Russia e Cina. Tutti gli altri attori si muovono come semplici comparse a rimorchio dell'uno o dell'altro protagonista. La Russia si sente minacciata, stretta com'è nella morsa che gli USA gli stanno stringendo attorno. Ad ovest i paesi ex satelliti diventati i più fedeli alleati di Washington, a sud-ovest le turbolente repubbliche islamiche ed a sud-est la Cina. Gli attacchi a Mosca erano iniziati durante l'era Elzin con il saccheggio delle ricchezze del Paese da parte degli oligarchi con l'indispensabile aiuto occidentale. E' noto che la Russia è tra i maggiori produttori del mondo e le privatizzazioni selvagge hanno permesso a gente come Berezovski, Gusinski, Abramovich, grazie ai finanziamenti avuti dalle compagnie americane, di mettere le mani sull'apparato petrolifero sovietico. Questi oligarchi sono così entrati nel gotha della potenza economica mondiale che l'avvento al potere di Putin ha solo in parte ridimensionato; il presidente russo si è mosso in modo ambiguo e meno deciso di quello che ci sarebbe potuti aspettare da un nazionalista come in realtà egli è ma solo per motivi di opportunità. E' probabile che la possibilità di far fuggire all'estero i responsabili del saccheggio gli abbia permesso di recuperare almeno una parte del "grande bottino".
Il cordone sanitario stretto dagli Stati Uniti intorno alla Russia è imponente. Dopo la fine di "Enduring Freedom" le basi americane allestite per quell'operazione, dislocate in Afganistan, Uzbekistan, Pakistan, Kirghisistan, oltre alle due già presenti in Georgia, sono rimaste operative. Mentre l'aiuto dato ai ribelli ceceni finanziati dai vari Soros e Berezovski, colui che attraverso i mezzi di informazione di cui si era impadronito durante le privatizzazioni selvagge aveva permesso a Putin di vincere le elezioni - pensando di poterlo poi manovrare - e rifugiatosi poi all'estero per sfuggire ai tribunali russi. L'instabilità della Cecenia, oltre a tenere in apprensione Mosca ha anche un altro scopo: impedire il passaggio dell'oleodotto Baku-Novorossysk. Il petrolio, per arrivare alla città russa, passa per la capitale cecena, Grozny e per questo è attualmente fermo. E' sulla costruzione ed il controllo di oleodotti e gasdotti che si gioca la partita più importante. Gli Stati Uniti stanno sostenendo la costruzione del mastodontico oleodotto che, attraverso la Georgia, porterà il greggio dall'Azerbaijan al porto turco di Ceyhan, senza passare da Russia e Iran.
La strategia americana è quella di tagliare fuori dal business petrolifero proprio Russia ed Iran e pressioni politiche si stanno moltiplicando sugli stati ex sovietici affacciati sul Caspio. Non a caso l'ospitalità concessa dal Turkmenistan alle truppe americane prima dell'attacco all'Afganistan è stato il frutto di un accordo tra il governo locale e Washington per una spartizione dei proventi petroliferi. L'appoggio dato dagli americani al presidente dell'Uzbekistan, Karimov, si basa sulla stessa strategia. Karimov, da ex esponente della gerarchia filo-sovietica, si è riciclato come fedele alleato degli USA e viene considerato come il leader mondiale della tortura. Lo scorso 14 maggio, nel corso di una manifestazione, nella capitale Adijan, contro il suo governo, sono stati uccise decine e decine di persone nell'assoluta indifferenza della comunità internazionale. La spiegazione sta nella collaborazione che lo stesso Karimov offre alla CIA, i cui agenti caricano sugli aerei dell'Agenzia i presunti terroristi afgani e li trasportano in Uzbekistan, dove vengono interrogati e torturati. Gli americani si servono di lui come si sono serviti in passato di Noriega, Saddam ma saranno pronti a liberarsene nel momento in cui non servirà più. Karimov ha comunque autorizzato la costruzione della base americana di Khanabad destinata a proteggere l'oleodotto di proprietà di compagnie americane che trasporta l'oro nero dall'Asia Centrale al mare, passando per l'Afganistan. Come ricompensa, nel 2002 il Pentagono ha stanziato 500 milioni di dollari per l'Uzbekistan, 120 dei quali destinati alle FF.AA e 79 alla polizia segreta.
La politica contraria a Teheran è finalizzata a tagliarla fuori anche l'Iran dai tracciati degli oleodotti; l'inserimento dell'Iran nella lista degli stati canaglia rappresenta un chiaro segnale per dissuadere gli investitori internazionali per la realizzazione della linea che dovrebbe correre tra Turkmenistan ed Iran. Recentemente la British Petroleum ha fatto sapere di voler rinunciare a tutti i contratti che ha in Iran; questo gesto per far piacere agli Stati Uniti causerà un notevole danno economico alla società britannica ma siamo convinti che questo suo "sacrificio" verrà ampiamente ripagato in qualche altra maniera.
Nel progetto americano un ruolo fondamentale dovrà essere svolto dalla Turchia le cui coste rappresentano il terminale occidentale di oleodotti e gasdotti tanto delle regioni caucasiche tanto della zona del Mar Caspio. Oltre ad essere un alleato fedele di Washington, Ankara può diventare un punto di riferimento per le repubbliche islamiche dell'Asia Centrale, soprattutto per quelle di etnia turcomanna. Turchia e Israele sono i cani da guardia degli Stati Uniti nella regione mediorientale e come tali possono pretendere un particolare trattamento sia per ciò che concerne aiuti sia di natura economica sia militare. Per ciò che concerne la Cina, l'esplosione economica ha spinto Pechino ad attuare una strategia che la porti verso una egemonia su tutta la regione estremo-orientale, concludendo accodi con le repubbliche dell'Asia Centrale per la fornitura di greggio e gas. L'attenzione dei dirigenti cinesi si è, però, rivolta anche verso l'Africa, soprattutto Sudan e Nigeria. In diverse occasioni Pechino ha lasciato capire che non è disposta ad accettare l'ingerenza di altri paesi in quella zona, non a caso il veto cinese al consiglio di Sicurezza dell'ONU ha ripetutamente bloccato qualsiasi soluzione per la tragedia sudanese del Darfur che prevedesse l'invio di truppe.
L'Europa naturalmente brilla, ancora una volta, per la sua assenza e l'opposizione di Francia e Germania all'attacco americano all'Iraq non deve trarre in inganno: Parigi e Berlino avevano nella zona grandi e vitali interessi petroliferi ed hanno semplicemente cercato di difenderli; per mero egoismo nazionale. L'azione di un Europa unita sarebbe l'unica possibilità per il Vecchio Continente di assumere un ruolo di primo piano sullo scenario internazionale. Una politica di potenza che non può prescindere da un'alleanza con la Russia che, malgrado tutti i problemi di varia natura, è ancora una grande potenza politica e militare con delle riserve energetiche enormi. Un'alleanza con Mosca - primo passo verso la costituzione di quel soggetto politico che va sotto il nome di Eurasia - metterebbe l'Europa nelle condizioni di giocare una partita decisiva per il prossimo futuro.


le pagine del periodico ITALICUM, pubblicato dal Centro Culturale. Per ogni numero sono consultabili alcuni degli articoli contenuti.

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