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maggio-giugno 2005: Focus: Che fare ?
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ITALICUM Dal numero maggio-giugno 2005:

Il problema dei fini nell'azione politica

Carlo Gambescia

Una premessa
Il "che fare?", come tema di riflessione suggerito da "Italicum", impone una risposta che prenda in considerazione forse il più importante problema in campo politico culturale: quello dei fini. Colgo insomma l'occasione per porre un problema metodologico, o se si preferisce di logica dell'azione sociale nei suoi aspetti politici e culturali. Pertanto il mio intervento, come dire, verterà piuttosto che sulle cose, sui nomi da attribuire alle cose… Tuttavia, dal momento che discuterò di metodologia, e quindi di argomenti in apparenza astratti, ricorrerò a titolo di esempio, proprio per evidenziare i naturali legami tra teoria e pratica, al tema della partecipazione economica aziendale. Un tema concreto e di attualità, soprattutto a destra. Mi scuso infine per il tono e lo stile del mio intervento, che vista la complessità del tema trattato, è volutamente didascalico se non proprio didattico. Chiedo perciò agli amici di "Italicum", del resto già attentissimi, un piccolo sacrificio, poiché sono (immodestamente) convinto che alla fine della lettura lo sforzo sarà ricompensato, da un sicuro arricchimento intellettuale.

Fini specifici e fini ultimi
Per decidere quel che si deve fare è prima necessario stabilire dove si vuole andare, soprattutto se ci si propone con presunzione di "cambiare il mondo" sotto l'aspetto economico e sociale.
Prima dei contenuti e sempre necessario affrontare il tema della forma o della logica dell'azione sociale. Di qui la necessità di distinguere tra fini specifici e fini ultimi. Chiarisco l'asserto prendendo spunto, come ho già detto, dalla partecipazione economica dei lavoratori alle imprese, come esempio di azione sociale.
Se la partecipazione consiste in una pura e semplice partecipazione azionaria e/o alla gestione, i suoi fini sono specifici (o particolari): riguardano l'impresa in quanto tale, la posizione dei lavoratori interni all'impresa, e tutto sommato mirano a migliorare il "funzionamento" di una singola unità economica, o di più unità nel contesto, diciamo così, atemporale, di un'economia capitalistica.
Se la partecipazione consiste invece nella creazione di quella che può essere definita un'impresa-comunità, dove tutti partecipano e gestiscono non sulla base delle quote azionarie possedute (parità formale), ma su un piano di parità sociale ed economica (parità sostanziale), i suoi fini sono "ultimi" (o universali). I fini non riguardano l'impresa in quanto tale, ecc., ma l'introduzione progressiva nell'economia capitalistica, che viene perciò considerata "temporalmente" a termine, di istituzioni fondate sulla democrazia diretta che rinviano a un'economia comunitaria.
Ciò significa che la partecipazione azionaria si propone di restare all'interno del capitalismo mentre quella comunitaria di fuoriuscirne. Si può perciò asserire che quando ci si interroga sul che fare vanno sempre tenuti ben presenti, sul piano dell'azione sociale, i fini ultimi di ogni progetto politico e culturale. E ciò è importante proprio per evitare dal punto di vista culturale che politico, confusione, opportunismi, fughe in avanti o "indietro". Certo tatticamente (e soprattutto sotto l'aspetto politico) si possono adottare scelte che "provvisoriamente" si pongano obiettivi specifici, ma, e questo deve essere ben chiaro, sul piano strategico non vanno mai dimenticati i fini ultimi dell'attività politica e culturale.
In certa misura si può dire che i fini ultimi a differenza di quelli specifici sono idee che servono da norma o modello agli obiettivi dell'attività politica concreta. Inoltre si tratta: a) di fini comuni a tutte le attività umane, e quindi non solo di fini economici, religiosi, artistici, ecc., ma di fini al tempo stesso economici, religiosi e artistici, ecc.; b) di fini che essendo comuni trasformano la politica non in attività a sé stante, ma in attività che al tempo stesso influisce e subisce, a sua volta, gli influssi di ogni altra attività: l'azione sociale è un fatto "totale". Faccio un altro esempio, prendendo spunto sempre dal tema della partecipazione dei lavoratori alle imprese.
Se la partecipazione consiste solo in una pura e semplice divisione dei dividenti azionari, ciò significa che sul piano "antropologico" l'uomo viene considerato Uomo economico. Detto in modo brutale: l'uomo "partecipa" perché "ci guadagna"…
Se la partecipazione consiste invece in un coinvolgimento totale, come sintesi di contributi individuali, che vanno dalla esecuzione del lavoro alle scelte politico-sociali di fondo, ciò significa che sul piano "antropologico" l'uomo viene considerato Uomo Integrale. Detto sempre in modo brutale: l'uomo partecipa perché "ci crede".

L'uomo come credente
Ecco, ragionare in termini di fini ultimi significa ragionare partendo dall'uomo come "credente", ovviamente non in termini confessionali, ma come uomo che "ha fede", o fiducia assoluta, spesso razionalmente ingiustificabile, in una tavola di valori etici, filosofici, normativi. Si parla di un uomo che non è ciò che mangia o che produce. Ma che è ciò in cui crede.
Pertanto, come in un processo a spirale che via via si rafforza, l'uomo può partecipare con sempre maggiore convinzione solo se capisce e condivide il fine ultimo di un'opera di trasformazione sociale. Il suo coinvolgimento può crescere, e la partecipazione dare i suoi frutti, solo se sarà intesa come strumento per creare un'economia comunitaria e non per "allungare la vita" dell' economia capitalistica. Quanto si può sentire coinvolto un dipendente, piccolo azionista, che riceve solo le briciole del grande banchetto? E probabilmente per sempre? Visto che il sistema capitalistico può riprodursi solo creando diseguaglianza. Variano i redditi ma le distanze economiche e sociali rimangono inalterate: il dipendente piccolo azionista, oltre a non avere alcun potere, è perciò destinato a rimanere nella stessa posizione sociale per tutta la vita. La mobilità sociale è una delle tante favole, forse la più bugiarda, che il capitalismo racconta da un paio di secoli.
E' giunto il momento di riassumere le mie note "metodologiche"( ma come il lettore attento si sarà accorto "metodologiche" fino a un certo punto…). Ritengo anche giusto precisare che gli appunti qui discussi hanno rilevanza più metapolitica che politica: riguardano più il dover essere che l'essere.
In primo luogo, è necessario ragionare in termini di fini ultimi. Il discorso riformistico, a proposito della partecipazione, va respinto: la partecipazione deve essere intesa in chiave finalistica come strumento per trasformare in senso comunitario la società e non come "stampella" per un capitalismo talvolta claudicante. In quest'ultimo caso la partecipazione si limita a riprodurre, come in fotografia (una brutta fotografia…), la stratificazione sociale esistente. In secondo luogo, è necessario ricordare che ci si rivolge al credente, e non all'uomo calcolatore degli economisti: all'uomo come essere integrale, mosso da una volontà di credere fittamente intessuta di interessi ma anche di passioni e valori. Ma in che modo aprire il "dialogo"? Cercando, come nel caso della partecipazione "totale", di collegare l'economia a tutti gli altri aspetti dell'agire umano: l'economia è un fatto comunitario e non individuale. La lezione della storia, spesso dolorosa, è una sola: gli individui passano ma le società restano. I problemi insoluti, soprattutto quelli economici, ricadono da una generazione all'altra, e spesso proprio sulle spalle degli incolpevoli.

Una riflessione finale
Infine, va ammesso che la parola credente, può apparire legata, come dire, a un lessico intellettuale irrazionalista, che disprezza i processi cognitivi, la razionalità e la ragione. Indubbiamente il pericolo del volontarismo puro, acefalo, sussiste. Sta a noi evitarlo cn ogni cura. Faccio un ultimo esempio. Oggi dinanzi al capitalismo, che pur tra luci e ombre, sembra vincente su tutti i fronti, è difficile, se non proprio impossibile avanzare qualche timida critica, figurarsi proporre la fuoriuscita dal sistema, come si diceva una volta. E' difficile oggettivamente ( la forza politica, culturale, economica, e sociale del "nemico") e soggettivamente (la pressione delle abitudini individuale e la forza della manipolazione mediatica). Tuttavia per proporre un progetto di fuoriuscita è necessario "credervi" veramente. In primo luogo, devono "credere" coloro che lo propongono: parlo di uomini integrali, capaci di credere nella forza delle idee, ma anche in grado di svolgere un lavoro culturale serio di studio e ricerca, come autentica disciplina di vita. Insomma, persone capaci di valorizzare la ragione umana, e non di relegarla tra le funzioni inferiori. In secondo luogo, va prestata ogni attenzione ai possibili interlocutori, dagli intellettuali alla gente comune. Di qui la grande importanza del ruolo giocato, nella dialettica sociologica della persuasione, da idee forza ben costruite, ma soprattutto dal ragionamento e dal democratico confronto delle idee.
Allora, in conclusione, che fare? Per il momento resistere, ma anche ragionare, studiare e confrontarsi, e poi confrontarsi, studiare e ragionare… E così via.


le pagine del periodico ITALICUM, pubblicato dal Centro Culturale. Per ogni numero sono consultabili alcuni degli articoli contenuti.

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