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gennaio - febbraio 2005: Focus: Un mondo senza Europa
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ITALICUM Dal numero marzo - aprile 2005:

COL MANDATO DI CATTURA EUROPEO UN PASSO INDIETRO NELLA CIVILTA' DEL DIRITTO

Mario Spadaro

Per l'Europa il peggio deve ancora arrivare. Il peggio per i comuni cittadini, ovviamente, e per quanti amano la libertà d'espressione. Ma non per chi maneggia denaro e per chi riesce a lucrare attraverso più o meno ermetiche norme commerciali e burocratiche: per costoro le cose andranno a gonfie vele, e a gonfie vele andranno anche per la pletorica struttura di scansafatiche annidata nelle ovattate stanze di Bruxelles, di Strasburgo, di Francoforte, di Lussemburgo e di tutte le città (Roma è fra queste) dove esistono dispendiose sedi della pachidermica euroburocrazia.
Parecchi eventi si sono succeduti da quando, proprio a Roma, nacque l'ammucchiata europea a quando, nelle settimane scorse, è iniziata in tutta Europa la squallida contesa per l'approvazione di quel testo che non si sa se si chiamerà “costituzione” o “trattato costituzionale” per la cui formulazione hanno mercanteggiato, per ben 16 mesi, nientemeno che 105 delegati con relativo seguito. Quale spirito… democratico animi i padreterni dell'Unione Europea risulta evidente dal fatto che l'approvazione popolare della nuova costituzione mediante plebiscito o referendum non è richiesta: in alcune nazioni basterà infatti il beneplacito dei singoli parlamenti concesso o negato, in perfetto stile parlamentare, a seconda dell'esito di negoziati, ammiccamenti e contropartite. E c'è chi, a Bruxelles, è arrivato a dire che gli eventuali risultati negativi di qualche referendum, nei pochi paesi in cui questi si terranno, non sarà vincolante!
Molti hanno già espresso preoccupazione. Ida Magli è tassativa: “Una delle conseguenze più immediate del centralismo europeo”, ha scritto riferendosi fra l'altro alle oltre 100.000 pagine di leggi e regolamenti uscite da Bruxelles, “sarà l'aumento macroscopico della rigidità di tutte le strutture sociali, economiche, politiche e burocratiche”. E poi: “La mancanza di flessibilità e dunque la mancanza di libertà diventeranno un vero dramma”. Dello stesso parere Alberto Indelicato: “L'eccesso di legislazione riduce la libertà individuale”. Dal canto suo, l'autore di questo articolo ha dedicato un suo libro (“Il bavaglio europeista: come l'Europa uccide la libertà”, Settimo Sigillo, Roma 2002) al progetto europeo di introdurre il reato d'opinione mediante l'istituzione di un mandato d'arresto europeo esteso non solo ai reati più gravi (come quello di terrorismo) ma anche ai non chiaramente definiti reati di razzismo e xenofobia, così vagamente indicati da poter essere applicati, a seconda del capriccio di qualsiasi magistrato, a ogni comportamento, ad ogni parola detta o scritta e, incredibile, persino a ogni “convincimento” (art. 3, comma 1, lettera a). Va in proposito sottolineata la somma ipocrisia della costituzione europea che agli artt. 70 e 71 proclama la libertà di pensiero e quella di manifestare pubblicamente le proprie convinzioni.
Un progetto, questo dell'euromandato, che è ormai in fase di approvazione anche in Italia (adesso è ballonzolante fra Camera e Senato), che è stato già supinamente accettato da altri partner europei e che ci porrà presto alla mercé di magistrati in vena di protagonismo o politicamente “impegnati”: una minaccia terrificante che ci metterà in condizione di essere arrestati e trasferiti in manette, per reato d'opinione e ancor prima di essere giudicati “colpevoli”, in un paese dalla lingua e dalla legislazione a noi ignote. Questa del mandato d'arresto seguito da automatica estradizione è la più palese manifestazione dello spirito giacobino e antigarantista che anima gli imboscati di Bruxelles, tesi a garantire a se stessi la permanenza nell'incarico e a reprimere idee, opinioni e scritti contrari alla loro lobby. Una missione della quale ha dato atto due anni fa lo scozzese parlamentare europeo David Martin uscendosene con questa frase: “Smettiamola di fingere: ciò che vogliamo creare è un superstato socialista europeo”.
Primo scopo della eurocrociata contro il razzismo e la xenofobia è bloccare sul nascere qualsiasi critica alla cosiddetta società multietnica. Legislazioni in questo senso sono già presenti in alcuni paesi europei, a cominciare dalla Francia e dalla Germania. Ma anche l'Italia non scherza. Chi non ricorda la persecuzione nei confronti dei giovani veronesi di destra in relazione a una asserita aggressione al sedicente “professor” Marsiglia? Alla fine risultò che Marsiglia, che dell'essere ebreo si faceva scudo, era un bugiardo e che l'aggressione non c'era mai stata. Ma nessun giornale, mentre Marsiglia fuggiva all'estero, ammise la propria colpa e si scusò. Sempre a Verona, sei cittadini che avevano raccolto delle firme per ottenere l'allontanamento di un gruppo di zingari che bivaccava in città sono stati inquisiti e condannati dalla magistratura per attività razzista e xenofoba.
Ebbene, ogni critica in proposito sarà in futuro vietata per legge. “L'Europa europeista è come Garibaldi”, dice Paolo Granzotto. “Vietato parlarne male”. Un articolo come questo che state leggendo, amici, potrebbe un giorno essere motivo di arresto e deportazione a bordo di un veloce eurofurgone cellulare debitamente scortato. Vietata ogni critica, insomma. Vietato definire pura idiozia quella del parlamento europeo che ha votato una “risoluzione non vincolante” (ma cos'è?) secondo la quale gli extracomunitari avranno il diritto di farsi raggiungere in Europa da “coniugi” (quanti, se si tratta di gente poligama?) e da “partner registrati e non sposati”. Qualcuno, a Strasburgo e Bruxelles, dovrebbe spiegarci in cosa consista nel Burkina Faso, nel Camerun o nell'Alto Volta la “registrazione” di una “coppia non sposata”. E come potrebbe, un brigadiere di Avellino o Pordenone, fare delle verifiche in proposito. Ma c'è dell'altro. Un euroburocrate di nome Antonio Vitorino, portoghese, piazzatosi a Bruxelles su mandato di chissà chi, ha varato una “normativa” (cos'è? è diversa da una “risoluzione”?) che severamente critica gli stati europei che “contrastano” l'immigrazione clandestina o illegale. Dunque, secondo questo carneade portoghese piovutoci sul capo a nostra insaputa, gli extracomunitari clandestini non vanno “contrastati”. Proprio così: “contrastati” (cosa significa?). E per inventare stupidaggini del genere il signor Vitorino viene da noi mantenuto a suon di milioni.
Fra qualche mese dunque potremmo vedere sostanzialmente ridotta la nostra libertà di parola e di stampa e rischiare di essere consegnati, in manette, a un lontano e sconosciuto magistrato di Cipro, di Varsavia, di Francoforte, di Madrid, di Helsinki o di Atene, per avere espresso “avversione” (termine ad hoc, anche questo, appositamente coniato a Bruxelles) nei confronti di comunità che pratichino poligamia, mutilazioni sessuali, bastonatura e ripudio delle mogli, vendita delle figlie e macellazione rituale.
Ebbene, incredibile a dirsi, il mandato d'arresto europeo ci è stato gabellato come misura contro il terrorismo! In altri termini, secondo gli euroburocrati (e secondo il centrosinistra e parte del centrodestra italiani) il reato di terrorismo internazionale sarebbe da collegarsi e da porsi allo stesso livello di pericolosità del “reato” commesso da chi abbia detto o scritto cose sgradite alla élite al potere.
E una fandonia, a guardar bene, è anche la storiella che le norme dell'euromandato d'arresto saranno valide solo se non contrastanti con la nostra costituzione: la cosiddetta “costituzione” europea prevede infatti che le proprie norme prevalgano su quelle delle costituzioni nazionali che, diciamocelo chiaramente, diventeranno carta straccia. Persino un semplice atto esecutivo dell'Unione Europea prevarrà sulla nostra costituzione. Al suono delle immancabili trombette libertarie ed egualitarie l'Europa si accinge così a diventare un immane, spaventoso stato-leviathan nel quale la magistratura assumerà sempre più il ruolo di strumento della politica.
Inevitabile che dagli Stati Uniti, nei cui confronti l'Unione Europea fa la schizzinosa per via dei detenuti di Guantanamo, ci arrivi qualche frecciata ironica. “Guantanamo? E il progetto di mandato d'arresto europeo, allora?”, chiedeva il Wall Street Journal, il 23 luglio 2003, in un articolo firmato dall'inglese lord Norman Lamont che fu cancelliere dello Scacchiere nel governo di John Major. “Che dire del progetto europeo di abolire le procedure di estradizione e introdurre un mandato d'arresto che automaticamente e senza possibilità di ricorsi getterebbe in carcere all'estero un cittadino, magari innocente, sotto una montagna di atti giudiziari per lui incomprensibili e senza adeguata difesa legale? Dove trovare i soldi, palate di soldi, per tradurre le centinaia di pagine dell'atto d'accusa? Chi potrebbe permettersi di pagare un avvocato in un paese straniero dove la libertà condizionata non viene mai concessa agli stranieri per paura che si dileguino? E come fare arrivare e alloggiare i testimoni?”. Le obiezioni britanniche, provenienti dai forti gruppi euroscettici esistenti nel paese, riflettono un orientamento popolare che considera inconcepibile la supremazia delle norme comunitarie su quelle nazionali. Un commento analogo viene dall'ex ministro francese delle Finanze signora Dominique Strauss-Kahn: “In teoria si è innocenti sino a una definitiva sentenza di condanna. Ma in Europa saremo considerati colpevoli dal momento in cui il sistema giudiziario ci metterà gli occhi addosso e ci sospetterà”. Secondo tutti i sistemi giudiziari fondati sulla civiltà del diritto, insomma, la presunzione d'innocenza è sacra. Ma questo è un principio che l'Unione Europea si propone di abbattere mediante il progetto di mandato d'arresto che, furbescamente gettato sul tavolo il 28 novembre 2001 (pochi giorni dopo l'attentato alle Torri Gemelle) con la strumentale scusa della lotta al terrorismo, in realtà aspira a imporre agli europei una dittatura delle toghe e dell'euroburocrazia. A Bruxelles, solo il nostro ministro Roberto Castelli ha avuto il coraggio di denunciare questa mistificazione, e sulla stessa linea si è schierato il ministro britannico dell'Interno, David Blunkett, secondo il quale il mandato d'arresto europeo dovrebbe riguardare un numero molto ristretto di reati e certamente non i reati d'opinione. Fra i nostri giuristi, pesanti e fondate critiche al progetto europeo sono state mosse da due ex presidenti della Corte costituzionale, Giuliano Vassalli e Vincenzo Caianello: perplessità, le loro, che riguardano soprattutto alcuni aspetti di quel mandato d'arresto in quanto lo stesso violerebbe il principio di tassatività della norma penale, i principi costituzionali sulla libertà personale e i principi costituzionali in materia di estradizione.
Quanto abbiamo appena detto dovrebbe accendere le preoccupazioni di tutti. Purtroppo ciò non accade per più motivi.
Il primo motivo è l'adorazione che tutti i partiti politici europei manifestano nei confronti di qualsiasi cosa odori di europeismo. Una prova di ciò, con qualche punta di comicità, ci è stata offerta nel febbraio scorso da Franco Frattini, nostro rappresentante a Bruxelles, che sperando di ottenere la patente di euro-giacobinismo dichiarava di voler vietare in tutta Europa, pena il carcere, l'esposizione di simboli nazisti. Il loquace Frattini era sicuro di sé: il ricorso alle manette è sempre benvenuto a Bruxelles, e a prendersela col nazismo non si rischia niente. Ma gli sfuggivano due cose: dimenticava la propria appartenenza a una coalizione politica che quasi ironicamente si chiama “casa delle libertà” (anche della libertà d'opinione, dunque) e dimenticava che in mezza Europa è ancora vivo il ricordo di un simbolo apportatore di guai ben peggiori di quelli attribuiti alla svastica: la falce e il martello, con contorno di stelle rosse. A rinfrescare la memoria a Frattini provvedevano il lituano Vytautas Landsbergis e l'ungherese Joszef Szajer, ai quali si accodavano l'eurodeputato ebreo Daniel Cohn-Bendit, il filosofo Tzvetan Todorov, il filosofo ebreo André Gluksmann e ben trenta eurodeputati polacchi, cechi, slovacchi, ungheresi, estoni, lituani e lettoni che non avevano peli sulla lingua: “Se – e ripetiamo: se – si decide di proibire i simboli del nazismo, allora bisogna fare la stessa cosa con quelli del comunismo”. Immediata la genuflessione di Frattini che manifestava la “pronta e decisa” volontà di accogliere quelle critiche. Una scappatoia, insomma, che però non funzionava perché Frattini veniva rimbeccato dai due partiti comunisti italiani nei cui simboli campeggiano sia la falce che il martello. Particolarmente irritati erano Fausto Bertinotti e il cossuttiano Marco Rizzo. Altra marcia indietro di Frattini, a quel punto, che per cavarsela proponeva “un grande dibattito europeo”: un elegante modo, tutto italodemocristiano, per insabbiare una questione imbarazzante. E insabbiamento fu: il battibecco si chiudeva con pochi e confusi farfugliamenti che, a parte l'ameno ricordo delle figuracce di Frattini, tramontavano nel nulla.
Altri motivi, l'atteggiamento europeista degli organi d'informazione e la distaccata indifferenza popolare nei confronti dell'Unione Europea. Una indifferenza che già due anni fa suscitava l'ironia del giornalista americano Brendan Greeley che metteva in risalto le misere percentuali di votanti per il parlamento europeo (meno del 40%) e la conseguente non rappresentatività del parlamento stesso. “E non è cosa seria”, aggiungeva George F. Will del Washington Post, “neppure la prolissa eurocostituzione partorita dall'euroburocrazia”. L'Europa, proseguiva Will, dimostra di non sapere cosa sia una costituzione. Una costituzione deve distribuire il potere fra le istituzioni legislative, quelle esecutive e quelle giudiziarie. In Europa invece si tende, concludeva Will, a consolidare il potere del clan socialista, ateo e terzomondista che di straforo si è insediato a Bruxelles. “L'Europa è il risultato”, ha scritto a tal proposito Paolo Granzotto, “di una intesa fra un pugno di statisti che hanno proceduto tenendo rigorosamente in disparte la cittadinanza. Tant'è che non è di Europa dei popoli che si deve parlare, ma caso mai di Europa delle cancellerie e forse delle banche. A Bruxelles si è man mano proceduto a veri colpi di mano sottoscrivendo trattati, accordi, intese e convenzioni senza che una voce si alzasse per chiedere conto degli impegni presi a nome della collettività”.
Un altro traguardo che la lobby europeista conseguirà attraverso le sue farraginose norme e il suo liberticida mandato d'arresto è il lento ma inesorabile passaggio dell'Europa dalle proprie tradizioni cristiane all'equiparazione non solo di tutte le religioni ma persino delle sette (anche “sataniche”, perché no?) e delle superstizioni. È un segno, questo, che le nostre tradizioni e la nostra civiltà disturbano troppi interessi e troppe correnti “intellettuali” o “culturali” giunte sino a noi al seguito dell'illuminismo e dello spirito della rivoluzione francese. Nelle intenzioni degli euroentusiasti, insomma, ogni popolo europeo dovrà dimenticare la propria cultura, le proprie tradizioni e persino la propria storia. Il quadro generale è deprimente e dobbiamo prepararci a un futuro ben triste sul piano politico, etico e giudiziario. Ciò che, sotto la copertura della disinformazione, si verifica in questi anni altro non è che il lavoro preparatorio di una mostruosità che solo in futuro produrrà i propri devastanti effetti. Fra non molti anni il dover convivere sotto un'unica bandiera (ma è una bandiera, quella?) porterà i popoli europei a detestarsi fra loro in misura tale da rasentare l'aperto dissidio. Le parole di Margaret Thatcher, che risalgono agli inizi del 2002, sono profetiche e al tempo stesso preoccupanti: “L'Unione Europea è la più grande follia dell'era moderna. Si tratta di una utopia, di un monumento alla vanità di alcuni e di un programma inevitabilmente destinato al disastro”.


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