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gennaio - febbraio 2005:
Focus: Un mondo senza Europa
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Le pagine
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ITALICUM Dal numero
marzo - aprile 2005:
LA CULTURA EUROPEA OGGI: SFIDA PER IL TERZO MILLENNIO
Enzo Cipriano
E' montata la polemica sulle radici culturali dell'Europa in concomitanza con il tentativo da parte delle venticinque Nazioni che fanno parte della Comunità Europea di dare alla stessa una Costituzione comune.
Ci sembra qui superfluo riaffermare l'assoluta mancanza di radici ebraico-cristiane comuni all'Europa così come geopoliticamente la conosciamo oggi. Non si può far nascere l'Europa con la nascita del Cristianesimo né tantomeno del giudaismo; esistevano culture preesistenti, basti pensare a quella indoeuropea, quella ungro-finnica, quella nordica celtico-scandinava e perché no quella etrusca e romana di derivazione greco-mediterranea. Quindi se si vuole dare una identità all'Europa bisogna partire dall'origine e non dall'era giudaico-cristiana.
Ma la polemica ci sembra inutile, meglio è analizzare la situazione culturale attuale del nostro continente e da essa ripartire per evidenziare quali possano essere le prospettive per il millennio appena iniziato e che si è lasciato alle spalle il “secolo breve” con le sue ideologie e con le contraddizioni.
Il ventesimo secolo ha visto sostanzialmente tre rivoluzioni: quella russa che ha portato al potere nella parte orientale dell'Europa l'ideologia marxista trasformata in comunismo;quella nazionale, o se vogliamo fascista, che ha visto l'affermazione in Italia e Germania di una idea forte contrapposta sia al comunismo che al capitalismo e che ha cercato, nel bene e nel male, di dare una identità nuova al vecchio continente unendo un quid di nazionalismo, di socialismo e di comunitarismo.
La terza rivoluzione è stata una rivoluzione non nazionale e non cruenta ma tecnico-scientifica: la nascita dell'era informatica e della globalizzazione con tutte le conseguenze che ha portato nel costume, nel modo di pensare e di agire, nella cultura.
Questa rivoluzione è senz'altro figlia della seconda guerra mondiale e della sconfitta e del nazionalismo e del comunismo, il primo per mano di una macchina bellica difficilmente riaggregabile e il secondo per una implosione interna a se stesso dovuto sostanzialmente al fallimento politico del progetto di cui era portatore.
Quindi ci verrebbe da dire che il “liberalismo”, padre di questa rivoluzione, sia il vero vincitore di questa guerra a tre che si è combattuta nel corso di tutto il secolo scorso e che ha visto negli Stati Uniti d'America il “Deus ex machina”, il protagonista principale, il vincitore assoluto. L'analisi è fin troppo semplicistica ma vicina al reale se si analizza il secolo scorso in tutta la sua interezza e non a spicchi, a ventenni o a lustri.
Per l'Europa, terreno da sempre fertile per nuove ideologie e nuove filosofie, la prima guerra mondiale ha segnato uno scontro fratricida e la seconda ha coinciso con un suicidio culturale e politico che difficilmente sarà recuperabile.
Ed è questa l'attuale situazione: un continente colonia economica e culturale degli Stati Uniti che è sempre più infarcita di americanismo, dal cinema alla televisione, dal gusto al divertimento, dall'edonismo al liberalismo sfrenato che non ha più per centro l'uomo inteso come persona ma la massa come mercato da conquistare, come PIL da raggiungere, come entità da governare a cui imporre scelte fatte in sedi economiche e non politiche, finanziare e non organiche.
A questo stato di fatto ha contribuito la cosiddetta globalizzazione che ha portato masse enormi di persone a premere ai confini del nostro continente, alla ricerca di un eldorado che in realtà non esiste, effimero e virtuale. Gli albanesi che hanno attraversato l'Adriatico pensavano di trovare una Italia così come appariva dagli schermi televisivi; i turchi che hanno invaso la Germania speravano di trovare una terra fertile su cui costruire un futuro economico per le proprie famiglie e non lavori fisicamente massacranti e umanamente umilianti che gli autoctoni non vogliono più espletare. In Francia l'enorme flusso di immigranti dalle colonie si sente francese tout-court ma non ha la tradizione culturale per esserlo.
A queste migrazioni in un certo senso “interne” al continente si è aggiunta una immigrazione dal cosiddetto terzo mondo, dall'Asia, dal Sudamerica e dall'Africa equatoriale che ha sradicato intere generazioni dalle proprie radici culturali per inserirle in un corpo estraneo con miti, simboli, riti, totalmente diversi e spesso contrapposti. L'ecumenismo con cui abbiamo accolto queste popolazioni ha spesso travalicato i limiti dell'accoglienza, sacra per le antiche popolazione europee, trasformandola in sfruttamento industriale, morale e ideologico.
La situazione è ben descritta in un libro scritto ben prima che questo esodo biblico avesse luogo, Il campo dei Santi di Raspail che invito alla lettura per ben comprendere quali sono le porte che abbiamo aperto e soprattutto quale è il destino dell'Europa nel futuro prossimo.
E la religione? Quale ruolo ha ricoperto in questo scenario? Geopoliticamente come ha influenzato e come ha interagito con questo fenomeno? E' presto per dirlo, ma non possiamo non evidenziare come l'Islam abbia cercato di sfruttarlo per innestare all'interno dell'Europa prima delle teste di ponte e poi dell'enclave vere e proprie per rilanciare quella guerra santa così cara ai propri governanti e mai dismessa.
La vecchia Europa si trova oggi schiacciata fra due forze immani, l'americanismo imperialista che la vuole soggiogata economicamente, finanziariamente e culturalmente (il che equivale a dire anche militarmente) e l'Islam che vuole “rubarne” lo spirito classico per aggiogarla con la religione.
L'antico uomo europeo capace di far coesistere il sacro con il profano, l'immanente con il trascendente, l'esoterico con l'essoterico non ha futuro, vaso di terracotta fra due macigni di granito che ne vogliono non solo i cocci ma anche l'aria (intesa come spirito) che in esso è contenuta.
Esistono delle possibilità per questo continente incapace oggi non solo di procreare ma anche di conservare la propria identità? Forse è troppo tardi e il nulla è inarrestabile, ma la speranza resta nella certezza che ogni battaglia, ogni guerra, va combattuta prima di essere persa, prima di arrendersi definitivamente.
Quindi la speranza è nelle sacche di resistenza di alcune etnie europee, di grappoli di uomini liberi che rifacendosi alla Tradizione non vogliono soccombere all'imponderabile, vogliono restare liberi di pensare con il proprio intelletto e non con un computer, vogliono agire seguendo il proprio istinto, sì primordiale ma anche basato su millenni di civiltà incontrovertibile, vogliono continuare a contrapporre ad una società dell'avere una comunità dell'essere, certi che una testimonianza è già una partecipazione alla lotta.
Battere l'edonismo americano, con le sue manie, le sue mode, è il primo passo per contrapporsi anche ad una visione religiosa del mondo estranea alla nostra cultura, per riaffermare una Tradizione che ci è propria e che ci fa essere uomini e nello stesso tempo esempi per le future generazioni: lo dobbiamo, se non ai nostri figli, ai nostri avi ed ai nostri nipoti.
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